venerdì 29 aprile 2011

di Unknown

Confronti al di là di uno spioncino...ZimmerFrei come Duchamp

Dal 12 febbraio il MACRO di Roma ha presentato al pubblico due nuove opere, entrate recentemente a far parte della propria collezione. Una delle due è l'installazione Untitled (2010) di ZimmerFrei, un collettivo di giovani artisti fondato a Bologna nel 2000.



Per descrivervi l'opera vi fornirò solo 3 brevi indicazioni:
  • si presenta come un semplice spioncino nel muro
  • il lavoro è stato allestito negli spazi del museo al limite tra area espositiva e area uffici, in un luogo quindi non deputato all'arte
  • guidati da uno sguardo curioso si scopre al di là dello spioncino un ambiente retrostante ricco di cimeli e oggetti feticcio
Con queste indicazioni, chi di arte contemporanea sa almeno un po', non potrà fare a meno di pensare ad un'importantissima opera del secolo scorso. 
Mi riferisco all' Étant donnés (1946/1966), opera postuma del famigerato Marchel Duchamp.

ZimmerFrei, Untitled, 2010
MACRO

Marchel Duchamp, Étant donnés, 1946/1966
 Philadelphia Museum of Art

Stesso meccanismo e stessa insolita collocazione. Marcel Duchamp, o pseudonicamente scrivendo Rose Sélavy, all'indomani della sua morte sconvolse per l'ennesima volta il mondo artistico, che credeva che egli avesse abbandonato l'arte venticinque anni prima per dedicarsi unicamente agli scacchi. 
Invece ecco spuntar fuori un rebus tridimensionale al di là di un semplice spioncino. Ci lavorò segretamente per vent'anni nascondendo la sua esistenza anche agli amici più cari.

ZimmerFrei, Untitled, 2010
MACRO

Dietro la porta del gruppo bolognese un uccello in tassidermia, dei vinili di musica jazz, un teschio di capriolo e vari libri di saggistica. 

Marchel Duchamp, Étant donnés, 1946/1966
 Philadelphia Museum of Art
Dietro la porta in legno massiccio di Duchamp, una donna nuda distesa su un letto di ramoscelli secchi, le gambe spalancate a mostrare i genitali e la mano sinistra a sollevar una lampada ad olio.

Le due installazioni, al di là delle similitudini e differenze e al di là delle teorie estetico-filosofiche sottese,  rappresentano un sacro inno alla curiosità...

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giovedì 28 aprile 2011

di Unknown

VideoPost | Misticismo contemporaneo tra fili di perle

Opera: Cattedrale, 2002, videoinstallazione, (proiezioni su uno schermo di perle di vetro montate su fili; per un totale di 750.000 perle e 650 fili; audio). 

In questi mesi il video di Alessandra Tesi, artista bolognese di ultima generazione, torna come già nel 2002, negli spazi del MACRO a Roma.
Ambientato nella cattedrale di Notre-Dame di Parigi, presenta aspetti della liturgia cattolica con officianti e corali con paramenti blu e verdi che si ordinano in una processione ripetitiva. L’occhio della camera non inquadra mai le figure intere ma si sofferma sui giochi geometrici del pavimento per creare una sorta di straniamento e incanto.


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mercoledì 27 aprile 2011

di Unknown

VideoPost | Nuovi meccanismi scultorei

Quando la scultura mette in dis-accordo acciaio, masse e volumi, quando la scultura crea e distrugge, quando la scultura è quiete apparente ed esplosione improvvisa.
Siamo rimasti affascinati dall'elucubrazioni artistico scientifiche di Arcangelo Sassolino.

Giovane artista, ex designer di giocattoli, trasforma i principi dell'ingegneria meccanica in metrica scultorea.

Ecco per voi i video in quiete ed in attività di "Piccolo animismo" esposto al MACRO di Roma, nella Sala Enel:






E se non vi bastasse, su You Tube abbiamo scovato anche un altro lavoro dello stesso artista.
La semplice forza di un pistone idraulico ed una trave di legno danno vita ad una performance sonora simile ad uno spettacolo pirotecnico.


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sabato 9 aprile 2011

di Unknown

Biennale di Venezia 2011 "ILLUMInazioni": nuove partecipazioni nazionali

Cliccando su www.labiennaledivenezia.org e girovagando da una pagina all'altra del sito, si scoprono subito le novità e gli accenti permanenti dell'esposizione d'arte contemporanea a noi più cara, giunta alla sua 53° edizione. Per novità mi riferisco soprattutto ai paesi che per la prima volta porteranno alla ribalta le loro opere in quel di Venezia. Ci sarà l'Andorra, il Regno dell'Arabia Saudita, la Repubblica Popolare del Bangladesh e Haiti.


D' altronde anche il titolo di questa edizione, "ILLUMInazioni",  punta dritto alle idee che in ogni dove si accendono e moltiplicano.
L'accento, assolutamente meticcio della Biennale, è ormai assodato, come si evince anche dall'intervento di Paolo Baratta, Presidente della Biennale, che ha dichiarato:
"La Biennale è un grande pellegrinaggio dove nelle opere degli artisti e nel lavoro dei curatori si incontrano le voci del mondo che ci parlano del loro e del nostro futuro".
Paolo Baratta
L'autonomia e originalità locale e geografica si fonde con il variopinto modus operandi di ogni artista che individualmente porta in mostra una parte di se e del suo paese, più o meno ufficiale e stereotipata, a discrezione del curatore.
Gli artisti sono quindi considerati, attraverso uno sguardo da Giano bifronte, entro e fuori i limiti nazionali che rappresentano. 

Per Bice Curiger, regista dell'evento, gli artisti oltre a portar traccia del paese d'origine, sono cittadini di un mondo globalizzato e quindi "migranti consapevoli e turisti della cultura". Le frontiere si innalzano per essere abbattute nell'istante successivo!

A proposito, penso ad esempio agli artisti da me conosciuti personalmente, nell'ambito della rassegna di videoarte "videozoom: Bangladesh" allestita, non molto tempo fa, presso la nota galleria romana Sala 1 e che avrò l'onore di rivedere in uno dei padiglioni della Biennale per la prima volta.
Bice Curiger
Già in quell'incontro, sfogliando alcuni cataloghi portati dall'artista Mahbubur Rahman, mi resi conto di come echi e antiche tracce si combinino magicamente con simboli e credo contemporanei del mondo globalizzato, senza perdere autorità, ma anzi innestando inedite epifanie.

Aldilà dell'elemento culturale, che da sempre soggiace nella formula collaudata della Biennale, quest'anno tutto ruota intorno all'intuizione o meglio "alla possibilità di esperire attraverso il pensiero, favorita dall'incontro con l'arte e con la sua capacità di affiancare gli strumenti di percezione" come sottolineato dalla Curiger.

In attesa di altre news e approfondimenti sull'evento, per maggiori info vi rimandiamo al seguente link:
http://www.labiennale.org/it/arte/esposizione/nuove-partecipazioni/
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martedì 5 aprile 2011

di Unknown

ANTEPRIMA: NUOVE E VECCHIE EPIFANIE PER MIMMO PALADINO

Mimmo Paladino

Dal 7 aprile al 26 giugno 2011, Milano sarà teatro di un imperdibile evento: Palazzo Reale, ma anche Piazza Duomo e l’Ottagono della Galleria Vittorio Emanuele II, accolgono la monografica di Mimmo Paladino (Paduli, 1948). Curata da Flavio Arensi, promossa dal Comune di Milano – Cultura, prodotta da Palazzo Reale, Civita e GAmm Giunti, la mostra prende in esame oltre trent’anni di attività del maestro campano.
Dai microfoni di Radiotre, durante un'intervista all'artista e al curatore della mostra in questione, si sono svelati alcuni retroscena.
Arensi riguardo i criteri di scelta adottati ha dichiarato: "Abbiamo tentato di unificare questi trent'anni di storia che vanno dagli anni '70 ad oggi presentando però in maniera alternata quella che è stata la storia di Mimmo e quello che è il presente, con gli ultimi lavori".
L'intento, sempre secondo le dichiarazioni dello stesso curatore, è consistito nel riunire opere che non si vedevano da parecchi anni in Italia, anche andando a recuperare i lavori sparsi per l'Europa e l'America.
Ritorna, quasi come una sorta di revival di se stessa, anche la nota "Montagna di sale", lavoro simbolo del rinascimento napoletano, apparsa nel 1990 a Gibellina dove era stata realizzata per essere la scena di un’opera teatrale in Sicilia e poi esposta in Piazza del Plebiscito a Napoli dove fu fatta esplodere.

La Montagna di sale, Piazza del Plebiscito
(fonte http://www.museomadre.it/it/opere.cfm?id=373
La scultura in versione ridotta è stata posizionata davanti Palazzo Reale. Secondo il progetto originario, avrebbe dovuto essere sistemata tra il monumento a Vittorio Emanuele II e la facciata della Cattedrale, ma ragioni di forza maggiore non l’hanno permesso.
Aldilà delle polemiche e controversie circa la definitiva collocazione, l'opera, durante la realizzazione, ha già attratto innumerevoli curiosi, dato il suo fascino piuttosto fiabesco. In effetti dalle parole dichiarate dall'artista si evince anche una sorta di storia, storia di un viaggio di un'opera che di volta in volta instaura un nuovo dialogo urbano.
L'artista stesso ha affermato: "La montagna riappare per la seconda volta ed il termine riappare mi piace perché è una sorta di epifania, dopo Napoli non avrei mai pensato di farla riapparire ma Milano mi è sembrata la giusta seconda intermedia tappa, c'è questo filo sottile che dal Sud sale verso il Nord, tant'è vero che per il sale si è voluto specificatamente della Sicilia".
Tra le altre opere si potrà ammirare anche l'opera che segnò il ritorno al disegno nell'arte contemporanea, mi riferisco al celebre "Silenzioso mi ritiro a dipingere un quadro" del 1977, ma sarà possibile indagare anche l'interesse dell'artista per altri media, come ad esempio le diverse contaminazioni con la musica.
Passato e presente, nuovi contesti ed opere inedite sono le premesse giuste per un evento espositivo su cui vale la pena scommettere.

Per maggiori informazioni riguardo la mostra si rimanda a http://www.teknemedia.net/archivi/2011/4/6/mostra/43583.html

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domenica 3 aprile 2011

di Unknown

Dall'energia della terra all'energia dell'arte

S. Limonta, Gravity one
Nell'estate del 2010, ad un anno dal sisma che ha colpito l'Aquila, girovagando nell'appena riaperto centro storico, tra cataste di macerie mal nascoste e qualche locale riaperto da poco, mi si presentò in tutto il suo frastuono un'installazione sonora dello scultore Sergio Limonta che in qualche modo esorcizzava l'accaduto attraverso una babele di suoni, echi della transitorietà delle cose e delle persone. 
Continuando a camminare, trovai sotto i portici, tra impalcature e strade sbarrate, una bella mostra fotografica.
In quell'occasione mi resi conto di come l'arte, tra le sue molteplici capacità, abbia anche quella di metabolizzare gli eventi anche più catastrofici, restituendone una lettura inedita.
Lo stesso effetto l'ho sortito tra le stanze degli appartamenti reali della Reggia di Caserta, dove tra consolle, busti in alabastro, lampadari in bronzo dorato, affreschi, vedute settecentesche ed altri arredi fastosi del '700/'800, ho trovato un'originale e importante collezione d'arte contemporanea. Mi riferisco alla collezione Terrae Motus, raccolta di opere d'arte sbocciate, inaspettatamente, da un altro evento sismico.
  "Si doveva rispondere all'evento catastrofico, c'era dell'energia nell'arte, tanta energia da potersi contrapporre a quella scatenata dalla terra"
Con questi propositi il gallerista Lucio Amelio decise di dare il proprio contributo in occasione del devastante terremoto che ha colpito l'Irpinia nel novembre del 1980, invitando una serie di artisti a vivere in prima persona la realtà territoriale e sociale del dopo terremoto. Da questo nobile intento ne nasce una collezione davvero prestigiosa, ultimamente poi tornata alla ribalta grazie ad una mostra dal titolo Terrae motus, trent'anni dopo. Attualità di una collezione, occasione in cui si è pensato ad un nuovo percorso espositivo, a carattere geografico, in relazione alla nazionalità degli autori. 
La scelta del nuovo allestimento è dettata dal fatto che negli anni in cui la collezione prende corpo, si sviluppano una serie di fenomeni artistici caratterizzati per lo più per aree geografiche e con connotazioni che a volte sono marcatamente regionaliste, come i nuovi selvaggi in Germania, la transavanguardia in Italia, i graffitisti e il realismo neo-espressionista americano.
Nella Sala degli Alabardieri la prima opera che si incontra è "Fate presto" di Andy Wharol, un trittico che riproduce la prima pagina del quotidiano "Il Mattino" del 26 novembre 1980, all'indomani dell sisma. Il maestro pop mette in risalto il potere mediatico ma estraniante di un giornale e ne amplifica l'effetto trasformando una richiesta d'aiuto in un manifesto del dolore. L'accento drammatico è dato grazie all'uso dei toni del bianco e del nero.

A. Wharol, Fate presto
Nella sala delle Guardie del Corpo è esposta l'opera più famosa di Keith Haring, "Senza titolo" in cui le immagini e i segni che affollano la composizione rendono l'idea della violenza e aggressività con cui la natura rompe la falsa quiete umana.

K. Haring, Senza titolo
Nella Sala di Alessandro l'istallazione in metallo assemblato dal titolo "West-ho Go (Glut)" di Robert Raushenberg.

R. Rauschemberg, West-ho Go


Il percorso poi continua e si snoda attraverso le sale degli Appartamenti Storici.
Partendo da alcuni autori americani si passa al nutrito gruppo italiano in cui colpisce, oltre alla nota "Italia Porta" di Luciano Fabbro, l'opera di Michelangelo Pistoletto "Annunciazione Terrae motus", una serigrafia su acciaio inox lucidato a specchio, in cui una donna ed uomo, contemplando l'impossibilità di raggiungersi, raffigurano metaforicamente l'impossibilità di prevenire una catastrofe, la cui imprevedibilità è ribadita anche dall'abbigliamento della donna.

L. Fabbro, Italia porta

M. Pistoletto, Annunciazione Terrae motus
La Spagna è rappresentata dal lavoro di Barcelò mentre tra gli autori tedeschi che seguono è l'opera esplicita e letterale di Anselm Kiefer "Et la terre tremble ancore, d'avoir vu la fuite des géants" che attraverso la qualità ed il peso materico esprime l'energia della terra. Il percorso si conclude con i francesi, e gli artisti inglesi.

A. Kiefer, Et la terre tremble ancore, d'avoir vu la fuite des géants
Il bello dell'arte è che quando è chiamata ad intervenire, reagisce e trasforma i fatti da cui prende spunto da soggettivi e particolari ad universali ed umani. Tutte queste opere che in comune hanno il ricordo vivo del dramma, svelano una dopo l'altra la fragilità dell'uomo.


Per info visitate il sito:
http://www.ambientece.arti.beniculturali.it/reggia/terraemotus/indice.html
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giovedì 31 marzo 2011

di Unknown

Nam June Paik "Il Rembrandt del video"


 Il 13 marzo hanno chiuso i battenti sia la grande retrospettiva della Tate di Liverpool, sia la concomitante piccola mostra a cura di Achille Bonito Oliva, IV appuntamento espositivo della Fluxus Biennial presso gli spazi dell'Auditorium Arte di Roma. 
Entrambe le mostre hanno reso conto dell’attività di Nam June Paik.
I fortunati visitatori della mostra britannica hanno avuto l'opportunità di ammirare circa 90 opere appartenenti a tutte le fasi della carriera artistica di Paik, molte delle quali inedite ed esposte per la prima volta nel Regno Unito, accanto ad una ricca selezione di materiale documentario relativo ad alcune sue performance.
All'Auditorium romano, nonostante il numero esiguo delle opere presentate, lo spirito eccentrico e poliedrico dell'artista è stato comunque messo in risalto.
La prima installazione è “Cage in Cage” del 1989, una gabbia per uccelli in cui l’artista ha inserito un piccolo schermo che trasmette una performance di Cage in una strada di New York nei primi anni ’70 con l’aggiunta del sonoro di uno spot pubblicitario nord coreano. Il risultato è un mix di media differenti che riconduce ad un mix culturale.

N. J. Paik, Homage to Pitagoras
“Homage to Pitagoras” gioca anch’esso su effetti visivo sonori imbastiti tramite schermi montati e assemblati  che alludono esplicitamente all’antico teorema.

N. J. Paik, Candle TV- Buddha

Come contraltare alla Babele di video e suoni delle due installazioni precedenti, la silenziosa “Candle TV- Buddha” del 1990, in cui del caos mediatico e culturale sopravvive solo l’involucro superficiale di una televisione, contenente una candela accesa e la statua di un Buddha in meditazione. A completare la mostra anche una serie di fotografie in bianco e nero su alcune performance dell’artista.
Ma chi è Nam June Paik?
Nato a Seoul nel 1932 e morto a Miami nel 2006, artista ma anche musicista, si laurea a Stockhausen e si specializza in Germania studiando con Arnold Schonberg.
Profondamente coinvolto dal mezzo tecnologico della tv,  è considerato il padre della video arte, data la sua pionieristica capacità di trasformare il linguaggio tecnologico in espressione artistica, tant’è che è stato definito dalla critica "Il Rembrandt del video".
Il suo primo intervento consiste nell’avvicinare una calamita al tubo catodico modificando il circuito orizzontale e verticale di modulazione, determinando una serie di distorsioni dell’immagine, forme, colori e suoni, movimento e tempo fino a risolverle in una decostruzione totale tendente all’astratto. Testimonianza emblematica di tale procedimento rimane “Magnet TV” del 1965.
Paik è stato anche il primo ad usare nel 1965 la telecamera portatile per la registrazione dal vivo, la portapack Sony Av 3400, appena apparsa in commercio, con cui realizza “Cafè Gogò” e “Bleecker Street”: videotape che registra non un evento artistico ma un evento banale collaterale e in secondo piano rispetto ad un evento storico (il traffico della Fifth Avenue a New York il giorno della visita di Paolo VI), riproposto la sera stessa in un ritrovo artistico. Un evento qualunque, modificato e reso artistico dal luogo in cui è presentato. Medesimo excursus del ready-made alla Duchamp!
Paik tramite la manipolazione ossessiva del segnale elettronico delle trasmissioni e delle registrazioni, creando videosculture e videoinstallazioni, dà vita ad una nuova era dell'arte, d'altronde lui stesso affermava:

Come la tecnica del collage ha rimpiazzato la pittura a olio, allo stesso modo il tubo a raggi catodici rimpiazzerà la tela. Un giorno gli artisti lavoreranno con i condensatori, le resistenze, i semiconduttori come oggi lavorano con i pennelli, i violini e materiali vari


Le notizie relative alla biografia e tecniche dell’artista sono tratte da S. Bordini (a cura di), Arte contemporanea e tecniche, materiali procedimenti, sperimentazioni, Carocci editore, Roma 2007.
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