domenica 27 aprile 2014

di Anna Ricciardi

Le collezioni del MoMA, nell’epoca della riproduzione digitale


È sabato, mattinata inoltrata. Appena arrivata a New York City dopo un viaggio in autobus piuttosto lungo. Non ho molto tempo per visitare i musei, ma ho le idee chiare e subito mi dirigo verso la 53a strada per raggiungere il MoMA. Ho tre ore piene da dedicare alle collezioni e magari, se avanza del tempo, dare un’occhiata alle esposizioni temporanee.
Sono fortunata, non mi attende una fila troppo lunga alla biglietteria e posso in breve tempo avviarmi all’entrata. Non prendo l’ascensore, preferisco soffermarmi un attimo davanti all’enorme vetrata che apre sul giardino delle sculture per poi prendere le scale che mi offrono scorci e visuali della struttura del museo. Giusto uno sguardo, breve ma intenso, all’architettura in “stile internazionale” di quest’edificio inaugurato nel 1936, che pure meriterebbe attenzione pari a quella per le opere che contiene. 

Decido di seguire un percorso cronologico attraverso le collezioni e vado dritta al quinto piano, alle sale di “Pittura e Scultura I (1880-1940)”, quelle della collezione storica che, per intenderci, ha contribuito a consacrare il museo ai suoi albori come, appunto, Museum of Modern Art. È qui, infatti, che si trovano i maggiori capolavori del “Modernismo” – prendiamolo pure come etichetta – protagonisti delle storiche mostre che inaugurarono la primissima attività espositiva del museo. 

Ad aprire la collezione sono proprio le opere di Cézanne, Seurat, Van Gogh, cui (Gauguin compreso, ma attualmente protagonista di un’esposizione speciale sempre all’interno del museo), fu dedicata la prima mostra nel 1929. Le nature morte di Cézanne, i paesaggi di Seurat, la Notte Stellata di Van Gogh e ancora Klimt, Rousseau: tanti, troppi capolavori concentrati in pochi, troppo pochi metri quadrati che, vederli dal vivo tutti in una volta, rischiano seriamente di provocare la sindrome di Stendhal. 


Ma non importa, voglio godermeli tutti cercando di tenere a bada l’emozione. E allora mi sposto lentamente, tra un’opera e l’altra, dedicando a ciascuna il tempo e l’attenzione che merita, ma, proprio mentre sono immersa nella contemplazione, distolgo lo sguardo da un Cézanne, attirata da una folla di persone che, accalcatasi di fronte alla Notte Stellata, si affanna a fare fotografie, con smartphones, macchine digitali, iPads, iPhones e chi più ne ha più ne metta: c’è chi preferisce la foto ricordo dell’opera tutt’intera, chi si concentra su un particolare, chi invece vuole a tutti i costi essere fotografato davanti all’opera, come quando per strada, per caso, ci si imbatte in un personaggio famoso e gli si chiede: “Le dispiace una foto?”, per poi – rigorosamente – condividerla sui social.

Un déjà vu mi riporta al Louvre, davanti alla Gioconda di Leonardo, e penso che, dopotutto, anche Van Gogh merita la stessa popolarità.


Proseguo il mio percorso, è la volta di Picasso: Les Demoiselles d’Avignon mi si ‘prospetta’ davanti nelle sue dimensioni imponenti, opera acquistata dal direttore del museo, Alfred Barr, nel 1939 e consacrata a manifesto del Cubismo. Nella stessa sala ci sono lavori, più dichiaratamente cubisti di Les Damoiselles, di Gris, Braque e dello stesso Picasso. A seguire, i nostri futuristi: Balla, Severini e il Boccioni di Forme Uniche della continuità dello spazio, una scultura straordinaria e sorprendentemente più grande di come me l’ero sempre figurata. È a partire da questa sala che l’attenzione del pubblico e la compulsione fotografica – che, a questo punto della mia visita, erano diventate per me un diversivo di interesse sociologico – cominciano a calare: quasi del tutto assenti nella sala dedicata all’avanguardia russa, al Suprematismo e al Costruttivismo, dove noto addirittura una coppia che se ne sta comoda su una panca con la testa calata nello smartphone, forse a rivedere e ricontrollare le foto scattate nelle sale precedenti. 

Poi l’attenzione si solleva di nuovo, nelle sale Dada, anche se quasi unicamente per la ruota di bicicletta di Duchamp. Dopo Duchamp mi ritrovo in Italia, con la pittura metafisica di De Chirico – altro capolavoro tra i tanti, The Song of Love – che con i contrasti luministici delle sue opere mi riporta alla luce violenta del Mediterraneo.

Seguono le sale dedicate al Surrealismo e l’attenzione del pubblico ha un altro picco: una fila si distribuisce, ordinata e rispettosa però, davanti agli Orologi Molli di Dalì. Tra gli altri, anche Magritte con lo splendido Empire of the light II, e Oppenheim con il famoso Object del 1936 (ovvero la tazzina ricoperta di pelliccia, corredata di piattino e cucchiaino).


Ritorna Picasso, più tardo, e ritornano gli scatti a ripetizione, ma non mancano pose e inquadrature più creative. È la volta di Monet con le meravigliose Ninfee e, ahimé, troppo difficili da fotografare per le loro dimensioni. 

La mia riflessione volge ora a una domanda: se queste opere d’arte ci sono già quotidianamente accessibili attraverso la riproduzione fotografica, ormai non più solo sulla carta stampata, ma ben più facilmente attraverso la rete sconfinata di internet, ebbene, perché dovremmo sentire il bisogno di accostarci ad esse, ancora una volta, facendone una riproduzione? È forse per conservarne un ricordo più personale (la foto l’ho scattata io, proprio io)? Ma quanto c’è di personale in uno scatto affannoso tra gomitate e spintoni della folla? Non serberemmo forse un ricordo più autentico dell’opera se semplicemente rinunciassimo alla mediazione dello schermo (che inevitabilmente pone una distanza) e ne fruissimo direttamente, con i nostri occhi, la nostra testa, le nostre personali emozioni? 


Mi perdonerete se, per aver condiviso con voi queste mie riflessioni, ora mi toccherà affrettarmi nella mia descrizione e saltare alcune tappe della mia visita per sostare un po’ (più brevemente) al quarto piano: “Pittura e Scultura II, 1940-1980”

Anche qui grandi nomi e tante opere famose. C’è l’action painting: Pollock, De Kooning e Franz Kline; ci sono i color field painters: Rothko, Newman, Noland, Motherwell e neo-dadaisti: Rauschenberg e Johns. Non mancano opere“minimal” quali quelle di Donald Judd e – come non poteva non esserci – la Pop Art

Spicca sulle altre opere di Lichtenstein e Rosenquist (pure assolutamente degne di nota) , la Marilyn, icona indiscussa della cultura e dell’arte Pop.


E qui, un ultimo scatto, quello forse più coerente a cui ho assistito durante tutto il mio percorso: quello dedicato alla Campbell’s Soup di Warhol. Il più coerente, sì, perché rientra perfettamente nella logica consumistica dell’uso e dell’abuso delle immagini (in questo caso), di cui ci cibiamo fino alla nausea, ogni giorno, e cui – forse tratto distintivo della nostra epoca – non sappiamo o non possiamo rinunciare. 

Photo Credits: Anna Ricciardi
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