giovedì 20 febbraio 2014

di Lucia Zapparoli

Parigi | Mathieu Pernot, l'enfant terrible della fotografia contemporanea francese

M. Pernot, Caravane, serie Le Feu, 2013
© Mathieu Pernot

Ha inaugurato qualche giorno fa la mostra dedicata all’enfant terrible della fotografia contemporanea francese, Mathieu Pernot

La galleria Jeu de Paume di Parigi gli dedica infatti un’ampia retrospettiva fino al 18 maggio, presentando un’accurata selezione dei suoi lavori dagli anni ’90 ad oggi. 
Rara cosa quella di presentare al pubblico un giovane fotografo di nazionalità francese alla Jeu de Paume che di solito guarda più all’internazionale e ai grandi della fotografia attuale o relativamente passata. 

Mathieu Pernot non solo si distingue a testa alta ma espone i suoi lavori in contemporanea anche alla Maison Rouge, altro must del mondo espositivo parigino. 

Che dire Mathieu… félicitations! 
Nato nel 1970 a Frejus, si trasferisce successivamente ad Arles dove studia nell’Ecole de Photographie della città. Ed è qui negli anni ’90 che inizia il suo percorso. Nel 1996 decide di fotografare le famiglie gitane della città e viene accettato da una in particolare, la famiglia Gorgan, che gli permette di fotografarla durante le loro giornate, nelle loro case, insomma di entrare fisicamente e attraverso la macchina fotografica nelle loro vite.
“Une fois que j’aurai arreté de les photographier, j’aurai arreté la photographie”
dopo aver pronunciato questa frase negli anni ’90, in quegli anni in cui aveva cominciato il suo lavoro con la famiglia Gorgan, di tempo ne è passato e i fatti hanno dimostrato il contrario. 

M. Pernot, Photomaton, 1995-1997
Serie Photomatons
© Mathieu Pernot
Pernot non ha abbandonato la fotografia come aveva promesso ma anzi i suoi lavori hanno proceduto in quella direzione iniziata nel 1995. 


Il suo obiettivo ha continuato a rivolgersi verso le famiglie gitane di Arles e dintorni più o meno incessantemente fino al 2004 quando Pernot si trasferirsi a Parigi allontanandosi da Arles e a quel punto anche dalla comunità. 
Alla Jeu de Paume troviamo alcune serie di questo primo periodo come Photomatons (1995-1997): un ensemble di fototessere di bambini gitani scattate in una cabina della stazione di Arles, in seguito alla domanda della comunità che aveva bisogno di foto riconoscitive per i documenti d’identità. 

Un altro lavoro interessante ed esemplare dell’opera di Pernot è la serie di Un camp pour les bohemiens (1998-2006). Lavorando con la famiglia Gorgan, Pernot viene alla scoperta dell’esistenza di un campo d’internamento dei “bohemiens” creato a Saliers durante il regime di Vichy nel 1942 e destinato unicamente ai nomadi del territorio, fra cui alcuni membri delle comunità gitane e rom. Negli archivi locali di Bouches-du-Rhone, il fotografo entra in contatto con la documentazione biografica e fotografica dei detenuti: una volta rintracciati alcuni di questi internati confronta i loro ricordi e le testimonianze amministrative che ha trovato. Il risultato di questa ricerca viene esposto nelle sale della Jeu de Paume in cui accanto alle fotografie dell’epoca troviamo alcuni scatti dei protagonisti realizzati da Pernot. 

M. Pernot, Marie Louise Duvil, 1999
Serie Un camp pour les bohémiens
© Mathieu Pernot
La fotografia documentaria di Pernot si distingue proprio per l’utilizzo di linguaggi e tecniche molteplici: immagini già esistenti, archivi storici, tecniche di ripresa complesse come nel caso delle Implosions (2000- 2008) in cui il fotografo coglie il momento in cui alcuni imponenti edifici periferici vengono fatti distruggere per rispondere a un piano di rinnovazione urbana e tabula rasa del passato. 

M. Pernot, Montes-la-joie 1er juillet 2001,
Serie Implosions© Mathieu Pernot

Una volta trasferitosi a Parigi, Pernot, dopo aver abbandonato – per il momento – il progetto sui gitani di Arles, dedica la sua attenzione ad altri soggetti fotografici onnipresenti ma sempre ai margini della nostra vita: luoghi, persone, racconti che ci circondano e che stanno sotto i nostri occhi ma che preferiamo non vedere. Oltre alle serie “architettoniche”, come Les implosions e Fenetres, in questo contesto si inserisce Les migrants, una serie di scatti che colgono nel sonno di prima mattina alcuni immigrati afgani avvolti nei loro sacchi a pelo, lasciando quasi nel dubbio lo spettatore sulla loro reale condizione, ma anche Les cahiers afghans (2012), diario di un viaggio forzato, quello di Jaward, immigrato afgano a Parigi, da Kabul alla capitale francese. 

M. Pernot, Les migrants, 2009
© Mathieu Pernot
Quasi a fare da contrappunto ai primi lavori, in finis troviamo l’ultima serie concepita appositamente per la mostra parigina realizzata nel 2013 dal titolo Le feu
Pernot si è riavvicinato alla comunità gitana di Arles e in questa serie, che presenta un momento fondamentale all’interno della comunità, ossia il rituale di bruciare la roulotte appartenuta ad uno dei suoi membri dopo il decesso, ritroviamo alcuni volti cresciuti e diversi ma già presenti nei lavori passati del fotografo, impegnati in una scena che ancora una volta lascia lo spettatore incerto di fronte alle immagini. 

“La traversée”, questo è il titolo della mostra dedicata a Pernot: una traversata fra tecniche e stili molteplici della sua opera ma anche un viaggio nel nostro quotidiano, facendoci vedere quello che preferiamo scavalcare. Un viaggio che ci racconta una storia collettiva fatta di volti, luoghi, azioni e gesti che ci sembrano distanti ma a cui grazie ai suoi scatti Mathieu Pernot ci avvicina. 


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