sabato 17 agosto 2013

di Lucia Zapparoli

Intervista | Pensieri in movimento: Chiara Mazzocchi ci racconta la sua arte

Chiara Mazzocchi
Ve l’avevamo già presentata in un videopost di qualche anno fa (link al post) ma questa volta è Chiara Mazzocchi in persona a parlarci del suo lavoro. 
Nata in provincia di Savona nel 1978, cresciuta ad Andora, dedica la sua vita all'arte visiva e performativa. Dopo aver vissuto a Berlino due anni e partecipato a numerose esposizioni internazionali, Chiara è tornata in Italia e attualmente vive a Milano, dove continua le sue sperimentazioni artistiche e concettuali.

Cominciamo con una domanda potremmo dire biografica… nel 2008 lei ha abbandonato la danza coreografica per dedicarsi interamente alla fotografia, alla video art, alla performance. Come mai ha smesso di danzare e di conseguenza cosa l’ha avvicinata all’arte performativa?
Ho smesso di danzare nello stesso momento in cui mi sono licenziata dal mio lavoro sicuro, quello di grafica pubblicitaria e fotografa come responsabile di settore in Agenzia.
E' stata una decisione che si alimentava dentro di me da anni.
Non riuscivo più a stare dentro gli schemi che il sistema mi proponeva, non riuscivo più a stare al passo con un mondo nel quale non mi riconoscevo. Volevo preservarmi, mantenere sempre aperto il mio canale verso ciò che la vita mi stava offrendo e verso quello che io potevo offrire ad essa. La nostra vita è unica e noi siamo solo esseri temporanei, unici e irripetibili. Se veniamo bloccati, non potremo esistere attraverso nessun altro e tutto andrà perduto per sempre. Il mondo non lo avrà. Abbiamo una sola possibilità.
Tutto questo richiede un rischio. Rischiare equivale a costruirsi le ali anche mentre si precipita. Il rischio è la vita stessa. Se non si rischia non si progredisce, non si impara, non si cresce, non ci si conosce. Quindi ho rischiato, allontanandomi dalle certezze per andare in contro a me stessa.
Di conseguenza anche nella danza, non sono più riuscita a danzare su stili e coreografie imposte che mi spersonalizzavano e mi portavano via dalla mia realtà interiore.
Ho sempre amato esprimermi fin da piccola, amavo l'arte, la fotografia, il palco e ho avuto la fortuna di avere un papà artista che mi ha insegnato tramite se stesso molte cose e mi ha fatto conoscere l'arte ancor prima della scuola d'arte.
Ho sempre avuto una certa sensibilità per questo mondo così effimero nel quale mi riconoscevo e ne sono sempre stata affascinata ed infine intrappolata come vittima di un virus.
Feci la mia prima performance proprio con mio padre nel 2003, un' improvvisazione in una piazza.
La performance si chiamava Il Gesto.
Da allora ho sentito che quella era la mia direzione.
C. Mazzocchi, selfportrait
Non si è mai voluta definire una ballerina ma qualcosa di diverso…cosa?
Ancora non lo so. E' come dare una spiegazione al Tanzteather di Pina Bausch.
Non è danza. Non è teatro. E' pancia. Ho sempre ballato ma non ho mai dato importanza al corpo in termine tecnico. Pina Baush diceva: "I'm not interested in how people move, but what moves".

Nel suo lavoro il corpo, specialmente il suo corpo, ha un’importanza cruciale. Su cosa si concentra la sua ricerca in questo senso?
Sulla consapevolezza di me stessa. Sull'essere presente. Sul dialogo con lo spazio. Sull'empatia con gli altri e con il cosmo. Su qualcosa di chimico che accade nel cervello. Tutto ciò che faccio è sempre spinto da un mio bisogno fisico.


C. Mazzocchi, White room
Una delle sue opere più famose è il video Human Alienation del 2011, entrato nella collezione permanente del CAM di Casoria, Napoli. Ci racconterebbe com'è nato questo progetto e in cosa consiste?
Human Alienation non è nato come un progetto, è nato puro, da solo, si è manifestato durante un mio intenso malessere emotivo causato dall'oppressione quotidiana del sistema politico-sociale imposto, al quale io mi sento estranea.
Nato a Berlino, luogo nel quale vivevo, da me scelto per isolarmi, per rinascere, per partire da capo, tornare bambina ascoltando il suono di una lingua estranea che mi ha allontanato in parte dal sistema, poiché non mi sono voluta integrare. Non mi interessava imparare il tedesco.
In una giornata di Aprile del 2011 mi scattai in maniera compulsiva con un telecomando circa mille autoscatti in momenti di vita giornaliera. Ne scelsi seicento per il video realizzato in stop motion e successivamente stampai alcune fotografie, le più significative.
Annientamento, spersonalizzazione, scomparsa di una coscienza critica rispetto a tutto ciò che ci circonda. E' questo il prezzo che paga ogni singolo individuo quotidianamente difronte all'altare del mantenimento dell'ordine sociale. Il sistema politico e sociale che ci vogliono far vivere usura l'individuo, fino ad annientarlo, spersonalizzarlo, lasciandolo incosciente davanti a tutto. L'unica salvezza è dentro se stessi, la consapevolezza. Se non ti opponi, se non sei cosciente, se non sei presente a te stesso, le regole del sistema sono valide. Tutto avviene con il nostro consenso. Qualsiasi tipo di dittatura si basa sull'ignoranza. Questa tensione e senso di costrizione soffocante l'ho espressa attraverso l'uso di calze, simbolo femminile, che diventa invece trappola di morte interiore, ostacolo con il ricongiungimento alla natura. La natura è il tema che si pone difronte al mio senso di prigionia data dal meccanismo sociale imposto. Ecco che si ripete spesso una finestra ossessiva a straniante ripetizione verso naturali mancanze, che taglia il campo cercando un contatto intimo con me. Il video termina con ambienti lasciati vuoti poiché c'è indifferenza completa nell'intorno, e l'individuo è subdolo tanto da non lasciare tracce visibili e appariscenti.
Human Alienation è stato per la prima volta esposto al salone d'arte di Berlino, “Berliner Kunst Salon” e in ultimo in concessione alla “Brown University”, Stati Uniti.

C. Mazzocchi, Human Alienation, 2011
A proposito di Berlino… nel 2010 si è trasferita in Germania e ora è tornata a lavorare in Italia, a Milano. Se dovesse fare un confronto fra le due realtà artistiche, quella tedesca e quella italiana, dal suo punto di vista cosa emergerebbe?
L' Arte è per me un istinto fisico. Un'assenza di complessità. Un vuoto che ci conduce ad uno stato completo della mente. L'Italia sotto questo punto di vista credo sia totalmente morta o anestetizzata e annegata nell'estetica e nella superficialità dei contenuti.
La Germania non la conosco, perché io ho vissuto solo a Berlino. Berlino è magica. Non è una qualsiasi città della Germania, ma una realtà a sé per il forte impatto storico del “Muro di Berlino”.
E' un capolavoro di integrazione culturale nel quale gli artisti vengono rispettati e valorizzati, vengono destinati a loro molti spazi, talvolta immensi, spesso interi edifici dismessi. In nessuna città al mondo vivono così tanti artisti: più di seimila e più di quattrocento gallerie.
Si investe molto nella cultura e nell'arte. C'è un'educazione all'Arte e un approccio molto forte.
L' Italia invece da quando sono tornata, ho notato che si è popolata di finti personaggi che si definiscono “curatori”, “critici” e “galleristi” che si preoccupano solo di lasciare il loro IBAN agli artisti ma non solo a loro. Unico loro interesse è spillare soldi con banali esposizioni messe in scena utilizzando spesso per pubblicizzarsi termini in inglese tutta “fuffa” per far credere di essere internazionali e quindi famosi, senza fare selezione alcuna, bandire concorsi, inventarsi pubblicazioni su libri e cataloghi, tutto rigorosamente a prezzi salati, fiere e spazi espositivi inclusi. Sta diventando tutto un “polpettone”, un mercato del pesce, specchio del triste periodo storico nel quale stiamo vivendo. Perfino nel periodo del fascismo era nata una corrente artistica, quella del Futurismo. Questa è un'epoca vuota, nella quale non nasce nulla perché tutti hanno come “paura” di perdere il proprio equilibrio dettato dal sistema. Ho notato che molti artisti fanno ciò che richiede loro il “mercato” e moltissimi scendono a compromessi con esso. Lo trovo indegno.
Parlo ovviamente a titolo personale e per le mie esperienze.

Uno dei suoi ultimi lavori è To myself, frutto di una collaborazione molto particolare con lo stilista turco Erkan Çoruh. Com’è nata questa collaborazione e che messaggio avete voluto trasmettere con quest'opera?
La collaborazione tra me ed Erkan è nata d'istinto a livello empatico. Con la collezione Spring/Summer Men&Women Haute Couture Collection e quattro brevi video Connection, Awareness, Encounter, Soul Revolution esploriamo temi religiosi e diritti umani. Pace e connessione cosmica, creando un equilibrio tra abbigliamento islamico e stile occidentale.
To MySelf è una fusione tra arte e moda, spirito e materia.
La bandiera nera rappresenta l'umanità e l'invito alla consapevolezza, crea un collegamento interno di stabilità ed invita eticamente a sfidare l'odierna mentalità consumistica e quindi riscoprire l'importanza dell'anima umana.

C. Mazzocchi, To myself, 2013
Figure che l’hanno particolarmente ispirata o influenzata nel suo percorso?
A quindici anni mi capitò per caso tra le mani una rivista sulla quale vidi per la prima volta Marina Abramović. Erano delle foto che la ritraevano durante una performance. Ricordo bene quella sensazione: mi mancò il fiato. Era bellezza. Era tutto. Tutto insieme. Mi sono sentita un po' viva e un po' morta. Ero felice. Estremante felice ed estremamente triste. Mi sono sentita completa.
Stessa sensazione mi capitò quando vidi danzare Pina Bausch in “Caffè Müller” e Bill Viola con l'installazione corporea Emergence, Yoko Ono in Cut Piece.
Questi sono gli artisti che stimo e seguo. Non credo che abbiano influenzato il mio percorso ma lo hanno reso sicuramente più consapevole.

E invece progetti per il futuro? Da Andora a Berlino e poi Milano…quali altre mete la aspettano?
Non ho mai pensato al mio futuro.
Non ho progetti per il futuro tranne quello di migliorami a livello di consapevolezza. Un mio pensiero ricorrente è visitare e poter collaborare con il “MAI” Marina Abramović Institute for the Preservation of Performance Art, che aprirà nel 2014 ad Hudson, New York.

Per maggiori info sull'artista vi rimandiamo al suo sito www.chiaramazzocchi.com
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