venerdì 2 agosto 2013

di Marialaura Lucantoni

Intervista | Elena Mazzi e Valentina Merzi per DolomitiContemporanee 2013

Domani, 3 agosto 2013, inaugura La cura dello sguardo, la seconda mostra della stagione DC013, presso il Museo Paleontologico Rinaldo Zardini di Cortina d'Ampezzo. 
La mostra, a cura di Gianluca D'Inca Levis, vedrà esposti i lavori di Gabriele Grones, Patte Loper, Elena Mazzi, Valentina Merzi, Maria Francesca Tassi.
Anche in questo caso, come per tutte le mostre di DC013, il progetto d'arte contemporanea che opera nella regione dolomitica, è stata predisposta una Residenza d'artista, un Istituto che consente agli artisti di vivere nel territorio nel quale si sviluppa la mostra, interagendo con esso ed entrando in contatto con le sue genti e la sua cultura. 
Così Elena Mazzi e Valentina Merzi, due artiste della Fondazione Bevilacqua La Masa, si sono trasferite per un po' a Cortina, sviluppando la propria ricerca a contatto con la comunità locale. Le abbiamo intervistate per voi.



Elena e Valentina, artiste in residenza a Cortina D’Ampezzo. Com’è nata quest’avventura? 
E.M.: A metà giugno ho ricevuto un'e-mail da Gianluca il quale m'invitava a partecipare alla terza edizione di DC. Dopo neanche una settimana ero in viaggio per un primo sopralluogo con Valentina, che conoscevo solo di nome. Cinque gradi a inizio luglio, tanti amici comuni e la medesima esperienza di assegnatarie di uno studio alla Fondazione Bevilacqua La Masa: queste le cose che ci hanno accomunato nel primo viaggio sulle Dolomiti, dove abbiamo visitato tutti i luoghi che partecipano alla terza edizione: Cortina, Andraz e Casso in un giorno, imbattendoci anche nella neve!
V.M.:L'esperienza a Cortina è nata da una telefonata di Gianluca D'incà Levis, curatore di Dolomiti Contemporanee, un progetto nato nel 2011 che conoscevo e al quale alcuni giovani artisti che apprezzo, veneziani e non, avevano già partecipato. La proposta era di riflettere su uno dei due spazi che avrebbero ospitato le mostre di agosto: il Museo Paleontologico di Cortina e il Castello di Andraz. Dopo un primo sopralluogo ho sentito che nel Museo Rinaldo Zardini avrei potuto sviluppare un lavoro che mi pareva interessante in relazione non solo con la collezione ospitata, ma anche con il territorio. E così io ed Elena siamo partite.

Quando siete partite per Cortina, quali aspettative e desideri avete messo in valigia?
E.M.: Quando ho scelto di lavorare all'interno del Museo Paleontologico, sapevo che non sarebbe stato facile. E' dura dialogare con i musei locali, specie quando trattano tematiche specifiche. Ho pensato che poteva essere una sfida che avrei voluto affrontare con gli abitanti del posto, provando a coinvolgerli, anche se per poco tempo, in un piccolo esperimento. Volevo che ogni giorno diventasse una piccola performance, e così effettivamente è stato.
V.M.: Sono partita con la voglia di sfruttare appieno le possibilità che la residenza ci offriva: poter vivere per un periodo di tempo il luogo dove sarebbe poi stato il nostro lavoro è un punto di partenza privilegiato, permette di entrare in relazione con il territorio e con le persone che lo abitano e che ne sono abitate. Il desiderio era quello di raccogliere da questi giorni il più possibile, per far sì che il progetto di Cortina nascesse dall'interazione e dal rapporto tra gli sguardi.

Elena Mazzi, Work in progress,
i fossili del museo paleontologico a casa dei regolieri
Ci spiegate in poche parole in cosa consistono i vostri lavori in corso a Cortina? Quali le idee che vi hanno ispirato?
E.M.: Ho chiesto ad alcune famiglie di regolieri (capifamiglia discendenti dall'antico ceppo ampezzano, che amministrano le proprietà collettive delle terre da pascolo e forestali della zona) di accogliere nelle loro case uno dei fossili del museo paleontologico. Il fossile ha vissuto, per la durata di circa un giorno, la quotidianità della famiglia ospitante, collocandosi all'interno di quelle piccole collezioni personali che ognuno di noi intimamente, e a volte inconsapevolmente, porta avanti. I regolieri stessi hanno documentato questa breve convivenza, scattando fotografie che sono poi state tramutate in cartoline, successivamente collocate nelle vetrine del museo, a fianco del fossile che è tornato al suo posto. Una riflessione sulle dinamiche di scambio e di collezionismo, lette attraverso piccoli gesti quotidiani che permettono di rivalutare un patrimonio locale e di sottolineare una memoria al contempo personale e collettiva. Il titolo, Ampezzania incolarumcardium, è la reinterpretazione personale di un nome di fossile che esiste davvero, chiamato dicerocardium, che piace molto perché ha la forma di un cuore con due punte, due 'valve' appunto. L'ho reinterpretato per legarlo al sentire degli abitanti, incolae in latino.
Tanti quindi gli spunti di partenza. L'intimo e quotidiano collezionismo iniziale di Zardini, le particolarissime forme dei fossili locali, l'organizzazione delle Regole di Cortina, lo sfrontato turismo della cittadina, riletto e re-interpretato attraverso il format finale della cartolina appunto.
V.M.: Il mio lavoro consisterà fisicamente in un'installazione di telai di varie dimensioni, all'interno dei quali ho ricamato piante, farfalle, animali che ho trovato conservati nelle sale del museo Paleontologico e nei libri lì consultabili. Si tratta di illustrazioni semplici, una riappropriazione personale dei reperti che smettono di essere dato fisico conservato in una teca ed entrano in relazione: con le signore di Cortina che mi hanno insegnato a cucire, con i visitatori del museo che ci cammineranno in mezzo e potranno interagirvi, con i bambini dei laboratori didattici, che potranno sperimentare un nuovo modo di rapportarsi all'arte, lo sguardo tattile.
Il titolo sarà Linneo che rimanda sia all'inventore della nomenclatura binomiale con la quale si classificano piante e animali secondo genere e specie, sia al verbo latino lineo che significa disegnare.

Valentina Merzi, Work in progress
Quindi, come ogni residenza d’artista che si rispetti, state lavorando a progetti molto legati non solo al luogo che vi ospita ma anche agli abitanti. Come siete riuscite a coinvolgerli? Quali le reazioni? Quali le sorprese prevedibili o inaspettate?
E.M.: Innanzitutto, sia i Musei che le Regole si sono dimostrati disponibilissimi a collaborare con noi, sostenendoci in ogni nostra richiesta. Ognuno poi ha fatto la sua parte, ha avuto un ruolo fondamentale. Dopo una prima riunione all'ufficio delle Regole, si è decisa una lista di persone da contattare. In pochi hanno rifiutato, mentre molti hanno accolto il progetto con entusiasmo. Prevedibili, per me che da anni sviluppo progetti sul territorio, spesso in collaborazione con piccole comunità di abitanti, le perplessità sull'autorialità dell'immagine. Perché chiedevo a loro stessi di fare la foto e non la facevo invece io che ero l'artista? Imprevedibile a volte la velocità con cui si assorbiva e sviluppava la richiesta: la signora Ada, 71 anni, non se l'è fatto ripetere due volte. Appena capito il progetto, ha iniziato a sistemare il divano che avrebbe accolto la sua collezione di cuscini, ha afferrato l'iPad (!) e ha iniziato a scattare fotografie, continuando poi anche con alcuni fossili che aveva in casa. Era quasi amareggiata di non aver mai pensato a fotografare i fossili tra i suoi ricami. Del resto, la signora Ada è una persona molto creativa.
V.M.: La sorpresa maggiore di questo periodo di lavoro a Cortina è stata l'ottima intesa che si è creata con Elena, artista che pur operando da tempo sul territorio veneziano e avendo quest'anno uno degli studi della Fondazione Bevilacqua La Masa che io avevo avuto l'anno scorso, non conoscevo personalmente. E' stata l'occasione per scoprire molte comunanze metodologiche e di ricerca, che ci hanno davvero aiutate nello sviluppo dei nostri progetti: entrambe avevamo intenzione di coinvolgere gli abitanti e siamo riuscite ad entrare (e a far entrare i reperti ) nelle case delle famiglie ampezzane, grazie soprattutto ad una rete di supporto creata dalle persone che lavorano nei musei delle Regole, che ci hanno fornito contatti, indicazioni stradali, consigli e the.
Le risposte sono state in generale molto positive e ci hanno regalato la possibilità di lavorare non solo con gli abitanti di Cortina, ma anche con i luoghi che vivono, con le loro collezioni e le loro memorie.

Elena Mazzi, Work in progress, a casa di una regoliera
Nel comunicato stampa della mostra, che sarà inaugurata il 3 agosto a Cortina, l’artista viene paragonato da Gianluca D’Inca Levis all’alpinista per la comune “climbing attitudes”. Una spinta verso l'alto intesa come punto a cui anelare (non per forza da raggiungere) … 
Vi rispecchiate in questa similitudine e in che modo?
E.M.: La montagna mi affascina ma a volte mi inquieta. Vale lo stesso per la verticalità. Un punto a cui anelare è fondamentale, lì sta la necessità dell'artista di operare nella maniera prescelta. Senza questa necessità, non esisterebbe il lavoro che, come anticipato da Gianluca, non sempre deve raggiungere un punto specifico. Credo molto nel percorso, nel processo, nello sviluppo del lavoro, e tento sempre di mettermi alla prova per mostrarlo nel miglior modo possibile. E' la forza che mi fa andare avanti nel progettare, l'attitudine. Soltanto, credo molto anche nel lavoro dal basso, di rete, nell'orizzontalità, che in questo caso non va vista come contrapposta alla verticalità, bensì interconnessa.
V.M.: Mi piace l'idea centrale del concept di DC 2013 "lavorare alla costruzione di nuove immagini di natura contemporanea significa rifiutare il proliferare dei cliché propri di una natura intesa in modo stereotipo. in questo senso parliamo volentieri di verticalità d’approccio, di climbing attitudes. con tali espressioni si intende sottolineare come la pratica culturale (e fisica) della montagna, e la sua riflessione su di essa, siano fatte di ricerca ed esplorazione, e procedano per azioni e picchi, e non per apologie acritiche e contemplatività nostalgiche. non si guarda (esclusivamente) alla montagna del passato: si dà un contributo alla codificazione di una montagna contemporanea " 
Ma ci aggiungerei anche un personale interesse alla convivenza di questa "climbing attitude" con un' attitudine orizzontale, intesa come la fondamentale (nella mia ricerca) necessità di "fare rete", di stare nel territorio e di lasciare che entri nel mio lavoro ad onde, più simili forse al movimento marino... direi che vivere a Venezia, in questo, ha avuto il suo peso.

Ci raccontate qualcosa riguardo il vostro background come artiste?
E.M.: Ho frequentato un liceo sperimentale (B.U.S.) a Reggio Emilia, con indirizzo operatore beni culturali. Disegnavo per molte ore a settimana e sapevo che questo era ciò che volevo fare. I miei professori, che stimo profondamente e con cui passavo, assieme ai miei compagni, le mie domeniche, mi hanno fortemente sconsigliato l'accademia. Così ho deciso per una formazione più generale, studiando storia dell'arte a Siena. Qui mi sono avvicinata alla realtà delle Papesse, centro d'arte contemporanea, dove allestivo mostre. Dopo un periodo a Londra, ho deciso di iscrivermi al Master in Arti Visive allo IUAV di Venezia, dove ho avuto modo di frequentare i corsi intensivi di molti artisti che ammiravo. Antoni Muntadas, Marjetica Potrc e Cesare Pietroiusti sono stati i professori che maggiormente mi hanno guidato nel mio percorso.
Negli ultimi anni la mia ricerca si è focalizzata principalmente sulle relazioni interdisciplinari tra arte e architettura, società e territorio. Dal 2009 la mia pratica artistica si sviluppa a partire da aree territoriali problematiche, che hanno recentemente subito traumi di varia tipologia. 
L’intento è quello di realizzare lavori di natura processuale che informino un pubblico spesso non cosciente delle difficoltà che affliggono le realtà prese in considerazione, così come quello di lavorare in contatto con le comunità di questi luoghi, in modo da far emergere e allo stesso tempo condividere strategie di sopravvivenza e abilità che permettano di dare allo spettatore una differente chiave di lettura dei territori presi in considerazione. Ho iniziato a lavorare secondo questa modalità dopo essere stata colpita in prima persona dal terremoto che ha distrutto la città de L’Aquila nell’aprile del 2009. Dal quel momento ho iniziato a seguire la ricostruzione voluta dal Governo italiano, argomento trattato nella mia tesi di laurea all’Università IUAV di Venezia. Il mio ambizioso progetto mira ad agire in due opposte direzioni. Da una lato cerco di attingere al modello nordico, all’avanguardia sulle tecnologie ambientali, sulla sostenibilità e sulle strategie create ad hoc per il benessere del cittadino e della cosa pubblica. Dall’altro cerco di analizzare il processo di riuso di materiale di scarto, guardando alle abilità e alle strategie del vivere quotidiano dei paesi più poveri, dove di necessità si fa virtù. Questo mi ha portato a sviluppare progetti in diverse parti del mondo, al fine di capire e analizzare le modalità di lavoro più affini alla mia ricerca, applicandole direttamente 'sul campo'.
La cosa più importante per me sta nel cercare di sottolineare aspetti quotidiani di vita sociale. Credo che la quotidianità sia il punto di partenza per un vero cambiamento, un modo di riavvicinare l’essere umano alla sua identità. Sono interessata a ciò che definirei memoria quotidiana, una memoria emozionale, fatta di semplici gesti che sono parte di ciascuno di noi, e che possono essere valorizzati da atti collettivi.
V.M.: Io mi sono laureata in filosofia, con un interesse principalmente sul contemporaneo e sull'estetica, poi ho deciso di dare forma a degli interessi che portavo avanti in maniera autonoma da anni e ho studiato fotografia. Da questa scelta istintiva si è sviluppata la mia ricerca, partita dall'amore per il reportage e per le sue commistioni con la fotografia artistica, che si è ampliata grazie alla possibilità che ho avuto lo scorso anno alla Bevilacqua La Masa di avere finalmente uno spazio fisico diverso in cui poter sperimentare il mio lavoro anche in altre forme installative e materiali.

Cosa vi rimarrà nel cuore di questa esperienza ad alta quota?
E.M.: La grande accoglienza, il grande impegno nella partecipazione degli abitanti, i momenti al museo con Manuela, Giorgio e il suo amato cane Astro, l'odore del legno nelle case degli ampezzani, le loro meravigliose piccole collezioni originali, il modo in cui trasmettono le proprie passioni, la nostalgia con cui le sentono allontanarsi dalle loro vite, la gioia nel poterle trasmettere a qualcuno di 'foresto' e giovane, il divertimento nel creare insieme un contesto per un piccolo fossile, la complicità nel ripensare ai diversi contesti vissuti durante la giornata con Vale, tra un tornante, un lampo e un temporale notturno. L'uccellino impagliato che ci accoglieva nei nostri ritorni. Ringrazio Vale per la preziosa collaborazione.
V.M.: Come dicevo precedentemente, i doni maggiori di questa esperienza sono stati lo sperimentare un ottimo metodo di lavoro condiviso e la rete di rapporti che in breve tempo siamo riuscite a tessere e a farci tessere intorno...credo che vedere la signora Ada fotografare un fossile del museo trai suoi cuscini ricamati e sentirci dire " Non ci avevo mai pensato, è una bella idea, adesso provo a mettere i miei vicino ai fiori all'uncinetto!" sia stato un risultato ben oltre le aspettative.


Per saperne di più sulla mostra vi rimando al comunicato stampa di DC013.
Per saperne di più sulle artiste vi rimando ai loro siti: Valentina Merzi | Elena Mazzi
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